Questa pagina è dedicata alla gnatologia, il mio principale ambito di interesse clinico. Per chi desidera approfondire, condivido un mio articolo scritto alcuni anni fa per “Dentisti Italia” (piuttosto tecnico e in parte datato, ma ancora la mia base di partenza): dentisti-italia.it/dentista/gnatologia/182_cose--la-gnatologia.html
La gnatologia (dal greco gnathós, “mascella”) studia le dinamiche dei mascellari e, per estensione, le relazioni funzionali dell’intero sistema stomatognatico con il resto del corpo. A mio avviso è la disciplina più sistemica dell’odontoiatria, la base sulla quale impostare ogni riabilitazione,sia protesica che ortodontica.
È singolare – e francamente grottesco – che la gnatologia sia diventata una delle discipline più divisive dell’odontoiatria. Da una parte vi sono colleghi che, con un atteggiamento sorprendentemente fideistico, arrivano quasi a negarne l’esistenza, rifiutando qualsiasi correlazione tra l’apparato stomatognatico e il resto dell’organismo, come se quello stomato-gnatico fosse un apparato a se stante, scollegato da tutto il resto; sempre rimanendo nel paradosso, è nata un'associazione di sedicenti "pazienti gnatologici", tale "Appim" ( associazione pazienti con problemi mandibolari ), che si è dotata di autarchia diagnostica e terapeutica senza avere un solo laureato in medicina o Odontoiatria e al cui vertice c'è una signorai cui titoli non sono rintracciabili e che certamente non risulta in alcun elenco di laurea in discipline biologiche. Il paradosso raggiunge il suo culmine quando tale signora - da paziente insoddisfatta -arriva a scrivere un vero e proprio «manuale di gnatologia», assumendo quindi il ruolo di divulgatore e, implicitamente, di esperto della materia, senza che a sostegno di tale ruolo emerga una formazione accademica in medicina, odontoiatria o nelle discipline biologiche. È come se io, medico odontoiatra, scrivessi un manuale di ingegneria aereonautica basandomi su un'esperinza negativa di volo e pretendessi di correggere i vuoti d'aria.
La gnatologia è una disciplina complessa e affascinante, la bocca è la parte del nostro corpo che si move di più, parliamo, mastichiamo, sorridiamo e soprattutto deglutiamo e lo facciamo incessatemente, anche durante il sonno. Un’attività così intensa non può essere considerata isolatamente, perché implica una continua interazione tra l’apparato stomatognatico e gli altri sistemi dell’organismo. È quindi intuitivo comprendere come una disfunzione dell’apparato stomatognatico possa ripercuotersi sull’equilibrio funzionale dell’intero sistema e, viceversa, come alterazioni provenienti da altri distretti possano influenzare la funzione della bocca.
Il trattamento gnatologico non si riduce semplicemente al ricorso al bite, come molti – troppi – credono. Anzi, in determinate situazioni il bite può risultare non soltanto inutile, ma addirittura controindicato.
La gnatologia, prima ancora di essere terapia, è soprattutto diagnosi. E questa diagnosi spesso richiede un percorso di esclusione, perché non sempre ciò che si manifesta a livello dell’apparato stomatognatico nasce nella bocca. Una disfunzione mandibolare, un’alterazione dei contatti occlusali, una modificazione del tono muscolare, molti disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare possono essere la conseguenza, e non necessariamente la causa, di un problema localizzato in un altro distretto dell’organismo.
È qui che la gnatologia diventa realmente multidisciplinare: quando necessario, il percorso diagnostico e terapeutico deve coinvolgere professionisti di altre discipline – neurologi, otorinolaringoiatri, ortottisti, fisioterapisti, osteopati e altri specialisti – in funzione del problema individuato.
Il vero approccio gnatologico, quindi, non consiste nel «mettere un bite», ma nel comprendere perché quel sistema sta funzionando in quel modo, distinguendo ciò che è causa da ciò che è conseguenza e intervenendo, quando necessario, anche al di fuori della bocca.
Il bite è uno strumento. La gnatologia è molto di più.
Nella mia prima visita i denti sono l’ultima cosa che osservo: prima analizzo il “sistema che li contiene” — articolazioni temporo-mandibolari, muscoli, postura mandibolare, contatti occlusali dinamici e statici. Se esiste un’alterazione della dinamica mandibolo-mascellare, i denti sono costretti ad adattarsi: solo comprendendo il sistema si può intervenire sui denti in modo realmente efficace e stabile.
Va anche detto che può accadere l’inverso: ad esempio, un manufatto protesico incongruo può alterare l’occlusione ( occlusione iatrogena ) e diventare la causa primaria di disfunzioni della dinamica mandibolo‑mascellare, con possibili ripercussioni sull’articolazione temporo‑mandibolare e, in base al biotipo, su pattern tonico‑posturali a distanza.
Negli ultimi anni l’interesse per la gnatologia è cresciuto e molti pazienti con disordini dell’articolazione temporo‑mandibolare (DTM), dolore orofacciale o acufeni arrivano allo gnatologo — spesso dopo percorsi con otorinolaringoiatri o neurologi — convinti che il “bite” sia la soluzione ma - come già detto - spesso non lo è.
Senza una precisa diagnosi causale, un dispositivo interocclusale ( bite o qualsivoglia apparecchiatura interposta tra le arcate )può:
- Mascherare il sintomo senza correggere la causa (effetto placebo/temporaneo).-
- Alterare la dimensione verticale o la posizione condilare in modo non fisiologico.
- Indurre nuovi pattern neuromuscolari disfunzionali (iatrogenia).
- Ritardare terapie realmente indicate (riabilitazione occlusale/protesica, fisioterapia, gestione del dolore, counselling comportamentale, terapia dell’acufene quando pertinente).
Cosa richiede una diagnosi differenziale corretta
- Anamnesi mirata: esordio, fattori scatenanti, diurnalità/notturnità, parafunzioni, pregressi odontoiatrici/protesici.
- Esame clinico funzionale: palpazione miofasciale, ROM mandibolare, deviazioni, rumori articolari (click/crepitii), test di carico/traslazione condilare.
- Analisi occlusale: contatti in MI, disclusioni in protrusiva/lateralità, overjet/overbite, DVO e coerenza con il biotipo cranio‑facciale.
- Screening comorbilità: cefalee primarie, dolore neuropatico, patologie ORL, bruxismo legato al sonno, assetto psicofisiologico.
Quando il bite ha indicazione
- Stabilizzazione temporanea dopo deprogrammazione neurologica.
Cosa s'intende per deprogrammazione neurologica?
Quando esiste un'interferenza occlusale, il sistema neuromuscolare può sviluppare un'attività riflessa finalizzata a evitare, aggirare o stabilizzare quel contatto. La mandibola, quindi, non necessariamente si trova nella posizione in cui i muscoli potrebbero lavorare nella condizione più fisiologica, ma in quella che il sistema nervoso ha imparato a utilizzare.
Il bite interviene proprio su questo circuito, interrompendolo; i nuovi contatti - su un bite equilibrato bilateralmente - modificano le informazioni occlusali scorrette precedenti permettendo quindi di osservare quale nuova risposta neuromuscolare emergerà.
In sintesi, non è che il bite spenga il sistema nervoso ma modifica temporaneamente l’input sensoriale occlusale scorretto permettendo così al sistema muscolare di esprimere la posizione mandibolare corretta.
- Protezione dei tessuti duri nelle parafunzioni
- Come elemento diagnostico per validare una posizione terapeutica prima della fase protesica/ortodontica.
Quando è controindicato
- Assenza di diagnosi eziologica.
- Uso “a tappeto” per sintomi non gnatologici o prevalentemente neuropatici
La terapia non è “mettere un bite”, ma “trattare una causa”. La sequenza corretta è: diagnosi causale → diagnosi differenziale → piano terapeutico personalizzato. Solo così uno strumento come il bite, quando serve, diventa parte di una riabilitazione efficace e stabile, invece che un palliativo o, peggio, un fattore iatrogeno.
Le foto sotto sono casi limite ma non è infrequente che mi trovoi a visitare pazienti che si presentano con diversi bite e/o dispositivi intraorali che non hanno ottenuto alcun risultato . In questi casi mi sembra ovvio che sia mancata una diagnosi corretta e non sarà certo l'ennesimo bite a risolvere il problema.